mercoledì 4 marzo 2020

Terre artiche

Nel 2017 avevo detto che un arrivo sarebbe diventato una partenza. Allora pensavo a qualcosa di metaforico che mi ha portato concretamente alla pubblicazione di altri due album dopo "All'Inizio Del Mondo", il mio primo album, nel quale citavo l'arrivo e la partenza in questione. Tre anni dopo l'arrivo si è concretizzato nel senso puro della parola in una partenza. Niente metafore. L'arrivo, Stoccolma, si è trasformato nella partenza di una bellissima avventura.
Un aereo dall'aeroporto di Stoccolma Arlanda mi ha portato al vero inizio del mondo, nell'estremo Nord.
Ho passato il circolo polare artico e, immersa nella tundra selvaggia, ho visto danzare l'aurora boreale sulla mia testa in uno dei suoi migliori spettacoli. Ho respirato le immense distese svedesi di nulla (se l'assenza di civiltà può essere considerata tale), tanto da chiedermi se i miei occhi ne avrebbero contenute ancora. Ho preso freddo, ho preso vento e sono rimasta bloccata sui fiordi norvegesi perché una bufera artica ha bloccato tutte le vie di comunicazione. Ho perso l'aereo. Ho sciato con il Mar Glaciale Artico davanti agli occhi. E poi ho guidato una slitta con una renna sentendomi un po' Babbo Natale e ho fatto il musher guidando una slitta di husky in una fredda notte artica. Ho dormito in un'igloo (quinzee), un vero igloo, niente finzioni per turisti, nell'assoluto, spiazzante e silenzioso nulla, fuori - 30 ºC ed un freddo assurdo lì dentro, nonostante il sacco a pelo da spedizione.
Ho fatto il più possibile il viaggiatore e meno possibile il turista. Ho respirato un remoto angolo di mondo e cercato inutilmente di possederne un poco. Quel respiro profondo, però, è e sarà per sempre solo mio.