domenica 29 maggio 2016

Io e la bici

Io e Spaik ci siamo conosciuti molto presto, talmente presto che nemmeno me lo ricordo. Chi è Spaik? È la mia bicicletta, anzi le tante biciclette che si sono susseguite dalla mia infanzia fino ad ora e che in fondo sono la stessa che è cresciuta insieme a me, per l’appunto Spaik.
Se sto parlando di bici è perché il Giro d’Italia, che corre in questi giorni, mi ha ricordato di Spaik e delle nostre avventure.
Il Giro lo seguivo fin da piccola, perché il pallino per la bici è quasi una questione di famiglia.
Prima fra tutti naturalmente mia sorella, appassionata di ciclismo. Mi ha quasi imposto il Giro al pari dei mondiali di calcio.
E alla fine mi sono fatta prendere.
Io e Spaik ci siamo conosciuti quando lui andava ancora a gattoni, con due rotelle montate sulla ruota posteriore. Quando io avevo circa sei anni e Spaik aveva imparato ad andare su due ruote, d’estate percorrevamo 10 km per andare al mare. L’afa, il sole e i sei anni, facevano sembrare quei 10 km lunghi come tutto il Giro d’Italia. Nel frattempo a mia sorella regalarono Bianchina, una vecchia bici da corsa Bianchi. Un vero spettacolo che sognavo di poter cavalcare anche io, una volta cresciuta. In realtà la bici restò sempre più alta di me. Spaik invece cresceva in proporzione alla mia altezza ed iniziò ad accompagnarmi a scuola. Mentre gli altri erano trasportati in macchina dai genitori, io avevo Spaik, ci fosse stato anche il diluvio. Era diventato molto affidabile e sapeva aiutarmi nelle mie lotte contro il tempo. Cercavamo di recuperare i ritardi un po’ come fa il gruppo con i corridori in fuga e qualche volta usavamo i motorini che incrociavamo, come gregari. E già, io e Spaik andavamo a gran velocità ed il bello di una bici è che non conosce divieti e semafori e si fa beffe delle auto in coda.
Ai tempi del liceo Spaik se n’era uscito con un aspetto da “bici del fornaio”. Due porta pacchi che spesso diventavano due porta amici. Una volta abbiamo caricato mia sorella in una salita al 30%.
Spaik era fortissimo!
I miei amici avevano il motorino, io avevo di più, avevo Spaik.
I tempi della scuola in treno furono i più gloriosi. Alla fine del tragitto c’erano due strade disposte a T. Vedere passare il treno all’inizio della prima strada per tutti voleva dire una sola cosa: “treno perso! ”, ma non per me e Spaik. In quel momento, dicevo “Spaik a tutta”. La spuntavamo quasi sempre, nonostante la mia fatica e il suo cigolio da bici non proprio in forma. Spaik mi lasciava dal sottopassaggio, io lo ringraziavo con una pacca sul manubrio e per il resto dovevo vedermela con le mie gambe.
Al ritorno ce la prendevamo molto comoda, osservavamo i negozi che chiudevano, i banchi del mercato che smontavano e ci pregustavamo il pranzo preparato dalla mamma, che si stupiva del come potessi percorrere in quarantacinque minuti un tragitto di al massimo quindici.
Nei pomeriggi Spaik mi accompagnava ovunque ci fosse necessità di andare, con calma ci gustavamo tutto ciò che ci stava attorno.
Questo è il bello della bici: il tempo ce l’avete in mano tu e lei.
I tragitti sono come una pellicola di un film ed il mezzo cambia il contesto. In macchina tutto scorre affianco veloce, la realtà sfugge e lascia spazio ad un nuovo mondo, a piedi, invece, la realtà si impone e si ingrandisce nel dettaglio. In bici è tutta un’altra questione: il tempo si allarga in un eterno presente perché con l’aiuto di una bicicletta anche ad un uomo è concesso di volare.