sabato 8 ottobre 2016

"Who are you?" su UndergroundZine

"Who are you?", racconto sul concerto de The Who tenutosi il 17 settembre a Bologna, sul numero di ottobre di UndergroundZine (pag. 37).

venerdì 23 settembre 2016

Who are you?

11 giugno 2007. Arena di Verona. Gli Who tornano in Italia dopo trentacinque anni di assenza.
Io non c’ero.
Per questo, per me e per molti altri, essere presenti a Bologna, per un concerto poco sperato, è un privilegio, anzi un sogno.
L’atmosfera fuori dall’Unipol Arena di Casalecchio di Reno è quasi da sagra di paese e l’unica cosa che richiama realmente agli Who è la presenza di qualche Lambretta e una Vespa dovutamente “specchiattata”.
Anche all’interno l’atmosfera da “concertone” viene un po’ a mancare.
Dopo gli Slydigs, un buon gruppo spalla, sullo schermo scorre una presentazione video amichevole ed ironica: i saluti degli Who ad amici e parenti italiani, il divieto di fumare perché Roger è allergico, il ricordo di Keith Moon e di John Entwistle, la presentazione dei nuovi musicisti (Simon Townshend, Pino Palladino, Zak Starkey, John Corey, Loren Gold, Frank Simes) ed i ringraziamenti a chi lavora dietro le quinte.
- Restate Calmi Arrivano Gli WHO -
Dal momento che calmi lo si è già, gli Who, dopo un’entrata semplice e senza scenografie, partono forte con I Can’t Explain, seguita da The Seeker e da Who Are You, a dimostrazione che la musica, oggi sempre più condita con immensi effetti speciali, sa fare il suo lavoro anche da sola.
Calma finita. Arriva il rock.
Pete è diventato sordo, per quanto tranquillizzi che sta bene, strilla nel microfono al punto di coprire Roger. Ma dagli strilli di Pete e dalla sua chitarra secca che ha spianato la strada al punk, e dalle stecche di Roger, riconosco finalmente gli Who, nonostante l’atmosfera da concerto di John Mayer ed il prato di telefonini.
La scaletta soddisfa pienamente i requisiti di un tour celebrativo dei cinquant’anni di carriera.
Fra The Kids Are Alright che sembra riferita allo stesso gruppo, una commovente Behind Blue Eyes, un’urlata My Generation e una Baba O’Riley di tutto rispetto, c’è posto per le opere rock, Quadrophenia e Tommy: 5:15, I’m One, The Rock, Love, Reign O’er Me, Eminence Front, Amazing Journey, Sparks, The Acid Queen, l’immancabile Pinball Wizard e See Me, Feel Me che sfocia nell’epica Listening To You.
Si sente la mancanza di Keith Moon e di John Entwistle, inutile negarlo, benché Zak Starkey e Pino Palladino siano musicisti di calibro e ce la mettano tutta. Roger, dal canto suo, non si spreca troppo con le stecche e preferisce rimanere sul sobrio.
Nonostante questo il rock arriva forte e preciso.
Impossibile non saltare.
Fra gli inconfondibili mulinelli di Pete Townshend e i lanci di microfono di Roger Daltrey, gli Who ci regalano due ore di energia.
Urlo di Roger, si arriva alla fine con Won’t Get Fooled Again e leggendaria scivolata di potenza di Pete.
Roger ci augura buona fortuna e tutti a casa.
Niente bis.
Qualche piccola malinconia gli Who se la tirano dietro, ma Quadrophenia non ne è forse intrisa?

domenica 29 maggio 2016

Io e la bici

Io e Spaik ci siamo conosciuti molto presto, talmente presto che nemmeno me lo ricordo. Chi è Spaik? È la mia bicicletta, anzi le tante biciclette che si sono susseguite dalla mia infanzia fino ad ora e che in fondo sono la stessa che è cresciuta insieme a me, per l’appunto Spaik.
Se sto parlando di bici è perché il Giro d’Italia, che corre in questi giorni, mi ha ricordato di Spaik e delle nostre avventure.
Il Giro lo seguivo fin da piccola, perché il pallino per la bici è quasi una questione di famiglia.
Prima fra tutti naturalmente mia sorella, appassionata di ciclismo. Mi ha quasi imposto il Giro al pari dei mondiali di calcio.
E alla fine mi sono fatta prendere.
Io e Spaik ci siamo conosciuti quando lui andava ancora a gattoni, con due rotelle montate sulla ruota posteriore. Quando io avevo circa sei anni e Spaik aveva imparato ad andare su due ruote, d’estate percorrevamo 10 km per andare al mare. L’afa, il sole e i sei anni, facevano sembrare quei 10 km lunghi come tutto il Giro d’Italia. Nel frattempo a mia sorella regalarono Bianchina, una vecchia bici da corsa Bianchi. Un vero spettacolo che sognavo di poter cavalcare anche io, una volta cresciuta. In realtà la bici restò sempre più alta di me. Spaik invece cresceva in proporzione alla mia altezza ed iniziò ad accompagnarmi a scuola. Mentre gli altri erano trasportati in macchina dai genitori, io avevo Spaik, ci fosse stato anche il diluvio. Era diventato molto affidabile e sapeva aiutarmi nelle mie lotte contro il tempo. Cercavamo di recuperare i ritardi un po’ come fa il gruppo con i corridori in fuga e qualche volta usavamo i motorini che incrociavamo, come gregari. E già, io e Spaik andavamo a gran velocità ed il bello di una bici è che non conosce divieti e semafori e si fa beffe delle auto in coda.
Ai tempi del liceo Spaik se n’era uscito con un aspetto da “bici del fornaio”. Due porta pacchi che spesso diventavano due porta amici. Una volta abbiamo caricato mia sorella in una salita al 30%.
Spaik era fortissimo!
I miei amici avevano il motorino, io avevo di più, avevo Spaik.
I tempi della scuola in treno furono i più gloriosi. Alla fine del tragitto c’erano due strade disposte a T. Vedere passare il treno all’inizio della prima strada per tutti voleva dire una sola cosa: “treno perso! ”, ma non per me e Spaik. In quel momento, dicevo “Spaik a tutta”. La spuntavamo quasi sempre, nonostante la mia fatica e il suo cigolio da bici non proprio in forma. Spaik mi lasciava dal sottopassaggio, io lo ringraziavo con una pacca sul manubrio e per il resto dovevo vedermela con le mie gambe.
Al ritorno ce la prendevamo molto comoda, osservavamo i negozi che chiudevano, i banchi del mercato che smontavano e ci pregustavamo il pranzo preparato dalla mamma, che si stupiva del come potessi percorrere in quarantacinque minuti un tragitto di al massimo quindici.
Nei pomeriggi Spaik mi accompagnava ovunque ci fosse necessità di andare, con calma ci gustavamo tutto ciò che ci stava attorno.
Questo è il bello della bici: il tempo ce l’avete in mano tu e lei.
I tragitti sono come una pellicola di un film ed il mezzo cambia il contesto. In macchina tutto scorre affianco veloce, la realtà sfugge e lascia spazio ad un nuovo mondo, a piedi, invece, la realtà si impone e si ingrandisce nel dettaglio. In bici è tutta un’altra questione: il tempo si allarga in un eterno presente perché con l’aiuto di una bicicletta anche ad un uomo è concesso di volare.

sabato 2 gennaio 2016

S.lle Canepa S.r.l. su "UndergroundZine - Sampler Review Vol. 32"

S.lle Canepa S.r.l.
con La Gente È Strana Come Me
su
"UNDERGROUNDZINE - Sampler Review Vol. 32"

Free Download:

Recensione di "O Messo" su UndergroundZine

Ho trovato nella mia mail questo split un po particolare e allo stesso tempo curioso, parlo delle S.lle Canepa s.r.l. E Dumbo dal titolo O messo.
Ho trovato molto carina la loro presentazione dove dice”S.lle Canepa S.r.l. - Ognuna ha scritto il suo brano… Ma non è chiaro chi abbia scritto cosa. “
Ritormando allo split….
Sono quattro tracce strumentali sperimentali molto veloci e dirette dove mi da l’impressione che le due ragazze vogliano rappresentare dei frammenti di vita quotidiana compressi in pochi secondi.
La traccia che mi ha colpito molto e non smetterei mai di ascoltarla è “La gente è strana come me” che si apre con un pianoforte per poi essere accompagnata da una batteria elettronica..Qualcosa di buono c’è ma peccato che duri poco.
Io consiglierei alle ragazze di cercare di allungare le tracce per riuscire a dare un giudizio migliore alla loro musica.
Al prossimo lavoro.
Voto: 60/100

Morgana

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